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La fonte - Palombara

1885 – “’A Fonte”

Con l’arrivo dell’acqua potabile, oltre alla realizzazione di varie fontanelle pubbliche nel centro abitato, venne costruito anche il lavatoio pubblico, alimentato con l’acqua corrente in esubero del Fontanone della piazza.

Un antico mestiere: la lavandaia

La lavatrice moderna, inventata in America nel 1906 e successivamente perfezionata nel 1930 dall’industria Miele, ancora oggi attiva nel settore degli elettrodomestici, arrivò in Italia per la prima volta nel 1946, alla Fiera di Milano, con un aspetto e una tecnologia simili a quelli che conosciamo oggi.

Cominciò a diffondersi lentamente alla fine degli anni Cinquanta, sostituendo progressivamente un antichissimo mestiere quasi esclusivamente femminile: quello delle lavandaie.

Il loro lavoro, duro e scarsamente remunerato, si articolava in tre figure distinte: le lavandaie di fiume, che esercitavano il mestiere lungo i torrenti; le lavandaie a domicilio, che si recavano presso le famiglie che richiedevano i loro servigi; infine, le più comuni e conosciute, le lavandaie che esercitavano il loro mestiere nei lavatoi pubblici.

Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso esisteva ancora questa figura di donna che girava di casa in casa e diffondeva, senza acrimonia, pettegolezzi, annunci di nascite e di morti, racconti di tradimenti, di emigrazioni, di ritorni dalla guerra o dalla prigionia: insomma, il gossip dell’epoca.

Spesso ai lavatoi era addetto un custode, incaricato di sorvegliare il corretto uso della struttura pubblica e il rispetto degli orari e delle regole.

L’interesse per questo incarico si spiegava per tre motivi principali: lo stipendio sicuro di un impiego comunale; la presenza, nei pressi del lavatoio, di un piccolo appezzamento di terra destinato alla coltivazione di erbe odorose, poi rivendute alle lavandaie per profumare il bucato; e, non ultimo, la possibilità di trascorrere le giornate di lavoro in mezzo alle donne.

Da quel piccolo terreno si ricavava anche un orticello personale, che integrava in due modi il magro salario. Il duro mestiere di lavandaia era quasi esclusivamente femminile ed era svolto soprattutto da donne sole: madri nubili, zitelle, vedove di guerra o di lavoro.

I panni sporchi, raccolti presso le case signorili dalle stesse lavandaie, venivano trasportati al lavatoio sulle forti spalle delle donne, dentro sacchi di iuta contrassegnati da nastrini colorati: un colore per ogni famiglia proprietaria.

Scrivere nomi e cognomi sui sacchi sarebbe stato inutile, poiché la maggior parte delle lavandaie era analfabeta. Quando i carichi erano eccessivi o troppo pesanti, ci si aiutava con un piccolo carretto di legno, simile alle carriole con cui giocano i bambini.

Durante le frequenti epidemie di colera o di febbri tifoidee, causate dalla scarsa igiene, dalle fogne spesso ancora a cielo aperto e dai depositi di letame situati nei pressi delle abitazioni e talvolta degli stessi lavatoi, prima di poter utilizzare le vasche era obbligatoria la disinfezione dei panni.

All’ingresso del lavatoio si trovavano quindi grandi mastelli, sorvegliati da due agenti delle squadre di disinfezione.

La pulizia dei panni veniva eseguita con detergenti diversi. Il più comune e meno costoso era il cosiddetto ranno, utilizzato per sgrassare, ottenuto filtrando acqua calda attraverso cenere di legno chiaro, sostenuta da un vecchio lenzuolo, preferibilmente di lino.

Spesso nei lavatoi era presente un focolare, sul quale veniva sospeso un grande paiolo per riscaldare l’acqua. In seguito, la funzione sgrassante del lavaggio fu affidata all’uso della soda, nome commerciale del carbonato sodico.

L’abbigliamento povero delle lavandaie presentava due segni distintivi molto particolari: il fazzoletto a doppia punta legato sul capo e le lunghe gonne con l’orlo rialzato e infilato nella cintura, precauzione necessaria per evitare che si inzuppassero.

Si dice che proprio questo gesto abbia ispirato i costumi e i movimenti del can-can.

La pesantezza del lavoro era in parte alleviata dal fatto che il lavatoio rappresentava uno dei pochi luoghi di aggregazione femminile ai quali le donne potevano accedere senza accompagnamento.

Qui ci si ritrovava, si scambiavano ricette, consigli e pettegolezzi, si partecipava alle gioie e alle disgrazie altrui e si condividevano le proprie, si cantavano canzoni nostalgiche e patriottiche.

In questi luoghi di incontro nacquero, si diffusero e si affermarono anche le prime rivendicazioni dei diritti femminili: una delle ragioni per cui gli antichi lavatoi dovrebbero essere conosciuti, tutelati e valorizzati come siti storici, secondo le direttive emanate anche dall’Unione Europea.

Fatte queste premesse, va comunque ricordato che a Palombara il mestiere vero e proprio di lavandaia non esisteva, poiché le famiglie più abbienti disponevano di servitù.

Il guardiano del lavatoio, in realtà, era lo scopino comunale, che la sera provvedeva alla pulizia e alla chiusura della struttura.

Il mattatoio

Spesso, in prossimità dei fontanili, veniva costruito anche un mattatoio. Il mattatoio, o macello, è un edificio destinato alla macellazione degli animali per ricavarne carne e altri prodotti, come le pelli da concia.

U Leò e Casermò

Una storia sinceramente vera

La città invisibile è la città stratificata: la città fatta di storia, di cultura, di cronaca, di vittorie e di pesanti sconfitte. È la città della gente comune, degli aneddoti e delle storielle raccontate al bar o “ai giardinetti”.

Saranno stati gli anni Ottanta quando, in occasione del Natale, come ogni anno arrivava il circo.

In meno di una notte, sulla “fanga” della zona antistante il campo sportivo, gabbie, scritte luminose, tendoni e roulotte formavano una piccola cittadella colorata.

Fu in uno di quegli anni che la star del circo morì: il giovane leone, colto da infarto, stramazzò a terra. Il freddo pungente di quei giorni aveva mietuto la sua vittima e, fortunatamente, era “solo” il leone — ma questo si sarebbe saputo soltanto qualche giorno dopo.

All’epoca, a Palombara, c’era ancora il mattatoio, e qui certo non mancavano i veterinari. Data l’esoticità dell’animale, gli esperti nostrani si arrovellarono nelle diagnosi più astruse, compresa quella dell’intossicazione da zucchero filato, un mix letale per il re della foresta, al pari di barbiturici e alcol.

Si ipotizzò persino il suicidio, per troppo stress e incapacità di gestire fama e denaro. Alla fine, fu un esperto arrivato da Roma, un po’ più sano di mente, ad accertare con assoluta sicurezza le cause del decesso, compilando poi l’immancabile pila di scartoffie.

In attesa dell’esperto, il corpo dell’animale venne deposto temporaneamente nella cella frigorifera del mattatoio, quella destinata alla conservazione delle pelli provenienti dalle macellazioni settimanali: pelli che il pellicciaio avrebbe acquistato a prezzi quasi ridicoli per poi rivenderle alle ricche pelletterie romane.

Un po’ per invidia, un po’ per gioco, quella volta le menti dei macellai partorirono uno scherzo.

Aiutati dai ragazzi di bottega, sistemarono il leone sulla montagna di pelli, in posa fiera e con le fauci spalancate, tenuto in posizione da una piccola struttura di legno abilmente nascosta sotto la folta criniera.

All’arrivo del pellicciaio, tutto era pronto.

Con aria compiaciuta, senza neppure scendere dal furgoncino, l’uomo chiese ai macellai, intenti a fumare l’ennesima sigaretta, con l’aria sorniona di chi la sa lunga, quante pelli fossero state prodotte quella settimana.

I macellai, falsamente distratti, indicarono un numero talmente esagerato, ma talmente esagerato, che il pellicciaio era già mentalmente a Cortina, tra jacuzzi e champagne: si preannunciava un Natale ricco.

Nell’esatto momento in cui il pellicciaio aprì la porta della stanza delle pelli, bramando il lauto bottino, un urlo risuonò per tutto il quartiere:

«Mamma mea… u Leò è scappatu da u circo… prestu, scappete tutti!»

E dalla jacuzzi si ritrovò in un mare di…