Questa sosta ci consente di tracciare gli accadimenti che, a partire dall’Unità d’Italia — 17 marzo 1861 — hanno condotto alla trasformazione di Palombara: da comunità rurale quale era, al paese così come ci appare oggi, inserito all’interno di una società moderna.
Un ammodernamento che ha coinvolto sia i centri minori che le grandi città attraverso il rinnovo delle istituzioni, della struttura dei tessuti urbani e soprattutto mediante l’integrazione di servizi primari essenziali.
Si enunciano brevemente di seguito alcuni degli eventi che seguirono l’unificazione d’Italia e che riguardarono l’abitato di Palombara Sabina:
- 1872 — Il nome del Comune fu integrato dall’appellativo di “Sabina”, per essere distinto da altri abitati omonimi presenti sul territorio nazionale. A ciò corrispose peraltro l’attivazione dell’ufficio postale.
- 1876-1877 — Acquisto del terreno per la realizzazione del cimitero, indotto dall’approvazione delle prime leggi sanitarie, compresa l’attivazione del servizio di nettezza urbana.
In questa cornice storica, il 1881 rappresentò un anno di svolta per la vita dei palombaresi. Come riferito dalle cronache, a partire dal 1700, la penuria d’acqua costituiva una delle peggiori carenze che affliggevano l’abitato.
Le uniche risorse idriche erano rappresentate da pozzi e vasi, enormi giare in terracotta interrate per la raccolta dell’acqua piovana, e da alcune insufficienti fontane che, sparse nel territorio, fornivano acqua in maniera poco costante.
In risposta al problema idrico, l’Ing. Giuseppe Tosi, di concerto con i Sindaci di Moricone, Montorio e Nerola, diede vita al CIS, Consorzio Idrico Sabino.
Quest’ultimo avrebbe realizzato, con la cifra di £ 340.000, una condotta d’acqua a servizio dei Comuni coinvolti nel progetto.
I primi a usufruire del servizio idrico furono le famiglie che avevano contribuito economicamente alla realizzazione della rete o che avevano consentito gratuitamente il passaggio della linea principale attraverso i loro possedimenti.
I documenti storici testimoniano che le famiglie più abbienti — i Tosi, i Catenacci, i Ferretti, i Petrelli e i Guberti — versassero alle casse comunali £ 64 annue per ogni oncia d’acqua consumata.
Il lungimirante progetto consentì inoltre all’intero abitato di Palombara Sabina di dotarsi di quattro fontane: Piazza del Palazzo, Piazza del Calzarino, Piazza della Croce e Piazza del Mercato. A queste si aggiunsero un abbeveratoio per animali da soma e un lavatoio pubblici.
Alla dotazione di servizi essenziali corrispose anche la realizzazione di quelle strutture amministrative che tutt’oggi costituiscono la presenza dello Stato Centrale sul territorio.
Piazza Vittorio Veneto, con la Caserma dei Carabinieri, il Palazzo Comunale e l’originario Edificio Scolastico, oggi Ufficio Anagrafe e Urbanistica, è rappresentativa dell’immagine post-unitaria che caratterizza gran parte dei centri abitati italiani.
Nell’intenzione di uniformare l’intero territorio italiano a una comune linea architettonica, lo Stato, ai vari revival storici tipici del secolo “romantico” — neo-gotico, neo-classico e altri — predilesse l’austero stile neo-rinascimentale, ritenuto in grado di richiamare alla memoria collettiva la svolta culturale rappresentata dal Rinascimento.
Sono evidenti i richiami all’architettura fiorentina, seppur depurata, nell’uso dei materiali, di marmi e decori ritenuti troppo costosi, soprattutto nella logica di una ricostruzione che, interessando tutto il territorio nazionale, avrebbe generato il dispendio di ingenti risorse.
La necessità di ridurre i costi determinò il recupero e lo sviluppo di numerose tecniche decorative, quali la marmoridea o stuccomarmo, realizzata con gesso e allume di rocca, per le edicole, gli imbotti e le cornici esterne; l’imitazione a fresco di marmi e intarsi con polveri pittoriche per gli interni; e la diffusione di pavimenti alla veneziana, noti comunemente come graniglie.
Questi stratagemmi tecnici furono l’occasione per la formazione di manovalanza specializzata, la quale avrebbe anteposto al valore del materiale la sapienza artigiana: garanzia dell’altissima qualità a partire da materiali e risorse che potremmo definire a buon mercato.
Nei palazzi che delimitano Piazza Vittorio Veneto, facendo attenzione, è possibile rilevare le testimonianze di queste tecniche ormai perdute; più chiaro, invece, è il richiamo ai modelli fiorentini con i basamenti bugnati, i marcapiani, i marcadavanzali e le finestre incorniciate.
La recente ripavimentazione della piazza e il contestuale restauro della fontana centrale, il Fontanone che i palombaresi amano quasi gelosamente, ci permettono di introdurre la figura di Antonio Guberti, un ingegnere le cui gesta, in altri tempi, avrebbero scatenato l’ira del Capitano Palombara.
Originario della provincia di Ravenna, l’Ingegner Guberti dal 1871 si stabilì a Palombara Sabina per ricoprire il ruolo di Esattore e Cassiere Comunale.
L’assessore e consigliere Andrea Catenacci, promettendo in sposa sua figlia al giovane ravennate, versò quasi certamente in dote parte delle garanzie patrimoniali obbligatorie per ricoprire il ruolo dirigenziale pubblico e l’attività di libero professionista. Come vedremo, si trattò di un chiaro investimento per il futuro.
Il ruolo amministrativo del suocero consentì quindi all’ingegnere di svolgere molteplici attività, pubbliche e private, benché allora, come anche oggi, tale atteggiamento rappresentasse una monopolizzazione e un velato conflitto d’interessi.
Oltre alla cacciata dei frati dall’antico convento di San Francesco per la costruzione del nuovo cimitero, evento che per alcuni non lo avrebbe reso meritevole di un posticino in paradiso, il nostro ingegnere si distinse per la pretesa di voler collocare l’unica fontana decorativa nell’originario Cavo Centamori, oggi Piazza Mazzini.
Il Cavo Centamori era una ripida scarpata che sarebbe stata messa in sicurezza attraverso la realizzazione di un muro di contenimento, finanziato con soldi pubblici, su progetto dello stesso Guberti.
L’opera avrebbe determinato la contestuale realizzazione dell’odierna Piazza Mazzini, intimo e meraviglioso affaccio sulla sottostante campagna romana.
Sfruttando le erigende opere di contenimento, l’ingegnere previde, ai due lati della piazza, la costruzione di due fabbricati, uno dei quali il noto Palazzo Guberti, di proprietà, casualmente, del nostro ingegnere.
Mosso più da sfrontatezza che dal bene pubblico, il Guberti propose di collocare l’unica fontana decorativa del paese, la cui realizzazione era stata affidata dall’amministrazione allo scultore Tito Giannini, proprio nella nuova piazza, cioè all’ingresso del proprio palazzo.
Dal momento che, con un’operazione simile, l’ingegnere aveva precedentemente favorito la collocazione di una fontana pubblica a ridosso dell’abitazione del suocero, i palombaresi insorsero contro l’atteggiamento sprezzante del ravennate.
Al termine di una ferma opposizione popolare, il Fontanone venne definitivamente collocato al centro di Piazza Vittorio Veneto, a ridosso del Torrione: l’antico, rappresentato dalla più estesa appendice del Castello Savelli, lasciava definitivamente il posto alla società moderna, lì dove oggi due mondi distinti sembrano sfiorarsi.
È intorno al Fontanone, per l’occasione coperto di fiori e frutta, che in giugno va in scena un grande Carnevale estivo in onore del prodotto di punta del territorio: la Cerasa.
Le ciliegie, che in queste campagne crescono abbondanti e di ottima qualità da tempo immemore, salirono agli onori della storia nel 1200, quando Papa Onorio IV, Giacomo Savelli, istituì la tradizione di farsi portare in Vaticano la succosa ravenna conosciuta per l’appunto come “Ravenna del Papa”.
La prima festa con sfilata di carri allegorici rivestiti di fiori, a carattere competitivo, risale al 1925, denominata Festa dei Fiori.
Dal 1933, su un’idea del Cavalier Mario Tosi, all’evento venne abbinata la Prima Sagra delle Cerase e, proprio da quegli anni, le decorazioni dei carri allegorici furono integrate dalle cerase.
Nel tempo la festa ha perso la denominazione di Festa dei Fiori per assumere definitivamente quella di Sagra delle Cerase. Con un linguaggio tipico dell’epoca più buia della storia italiana, il Cinegiornale Luce ci riferisce quale fosse lo spirito della festa durante le prime edizioni: con “briosa animazione e largo consumo del saporoso frutto”, in una “Palombara tutta agghindata per l’occasione”, si è svolta la Sagra delle Cerase.
Data la risonanza dell’evento, gli organizzatori decisero, in quegli stessi anni, nel 1935, di dotarsi di un inno ufficiale, “Cerase in Fiore”, e allora:
…
evviva sempre evviva le Cerase!
Questa piazza, simbolo dell’Unità d’Italia, luogo di festa, di celebrazioni religiose e di comizi politici, è stata anche teatro di sanguinose rivolte.
È il 18 dicembre 1904 quando 250 contadini, radunati presso il Municipio, rivendicarono gli usi civici — caccia, pascolo e altri — dei terreni padronali, minacciando di mettere a ferro e fuoco l’intero paese.
Dopo le sassaiole, i colpi di rivoltella, i carabinieri feriti e gli arresti, soltanto la bravura del commissario di pubblica sicurezza permise di mettere fine alla rivolta, sedando gli animi più focosi.
Quella del 1904 non fu l’unica volta in cui il popolo palombarese fece fronte comune contro il potere padronale. Ancora oggi qualcuno mantiene viva la memoria di un evento lontano nel tempo, testimonianza delle angherie e dei soprusi operati dai ricchi proprietari di terre in danno ai contadini che a fatica le lavoravano.
L’evento è noto come “la causa dei frutti con l’osso e senz’osso”.
L’olio porta con sé il nome di Palombara in giro per il mondo. Da secoli i cittadini palombaresi praticano la raccolta delle olive, costituendo questa la principale risorsa dell’economia agricola locale.
Proprio le olive saranno alla base di una diatriba legale che andrà avanti per ben 72 anni, e che sarà vinta dai cittadini palombaresi grazie alla forte unione e determinazione.
Nel lontano 1637, il Principe Marco Antonio Borghese acquistò il feudo di Palombara dai Savelli per 385 mila scudi. L’atto di acquisto era corredato da un contratto contenente, in quaranta articoli, i diritti del Principe.
Per anni i rapporti tra il Principe e i palombaresi furono ottimi, così come in passato lo erano stati con i Savelli, ma evidentemente, non raggiungendo i profitti desiderati, il Borghese decise di affittare il feudo prima a tal Giuseppe Guinetti e poi a Gregorio Fragna.
Nel contratto di affitto del feudo era stata però inserita, all’articolo 11, il diritto di riscuotere la “risposta” della quinta parte di olive, fichi, noci, canapa, ceci, fagioli e altri legumi.
Prima di allora, tuttavia, le olive non avevano mai costituito oggetto di corresponsione nello Statuto dei Savelli.
Il Guinetti, propenso ad atti di arroganza, decise nel 1698 di intraprendere degli atti esecutivi nei confronti di Domenico Massari, un conduttore di fondi che, ritenendo tale aggravio un arbitrario atto di prepotenza, si rifiutava categoricamente di corrispondere la sua parte di olive.
Resosi conto della tenacia del Massari, il Guinetti rinunciò alla causa.
Il nuovo affittuario, Gregorio Fragna, riprese lì dove aveva lasciato il predecessore e, ricorrendo alla Congregazione del Buon Governo, intentò causa contro Bernardino Gizzi, il quale, com’era stato per il Massari, riteneva illegittima la pretesa.
I cittadini palombaresi, certi che una vittoria giudiziaria del Fragna avrebbe sancito l’obbligo per tutti di corrispondere il quinto di olive, decisero di contribuire affidando la difesa del Gizzi all’Avvocato Francesco Martini di Roma.
Nel 1720, la Congregazione del Buon Governo riconobbe la validità del nuovo Statuto e con esso i diritti del Fragna. Tuttavia, la bravura dell’avvocato Martini garantì la sospensione della sentenza.
Il principe Borghese decise di rimanere fuori dalla contesa e passarono molti anni nell’attesa di una sentenza definitiva.
Il Fragna, dal suo conto, confidava che il tempo avrebbe affievolito l’ardore del popolo palombarese; invece, suo malgrado, l’infausta sentenza iniziale consolidava l’unità dei palombaresi.
Nel 1748, con una pubblica sottoscrizione alla quale partecipò anche il clero locale, i cittadini palombaresi concordarono una copertura comune delle spese legali.
Il 4 agosto 1770, il popolo di Palombara, guidato dall’avvocato Biagio Fabi — Martini forse era deceduto o troppo vecchio — giunse alla sua vittoria.
Il principe Borghese dovette accettare la sentenza: da quel momento tutti i frutti con l’osso non sarebbero stati soggetti ad alcuna risposta e l’articolo 11 dello Statuto sarebbe dovuto essere modificato definitivamente.