Dettaglio
Palombella - Palombara

Questa piccola piazza custodisce una storia che sembra inventata… e invece è vera. Una storia di amore e arte, di scelte difficili e destini che si spezzano.

Una storia che gli amici dell’Associazione “La Palombella” tengono viva come un gioiello prezioso, perché parla di noi, di Palombara, e del potere irresistibile degli incontri.

Nella seconda metà dell’Ottocento, quando Roma era ancora un miscuglio di carrozze, botteghe e vicoli polverosi, arrivò in città un giovane scultore destinato alla gloria: Jean Baptiste Carpeaux.

Aveva vinto il “Premio Roma 1854”, una delle più prestigiose borse di studio che un artista europeo potesse ottenere. Tra gli artisti più famosi a competere nel campo della pittura, senza raggiungere la vittoria o nemmeno una menzione d'onore, possiamo citare Eugène Delacroix, Édouard Manet ed Edgar Degas. Jacques-Louis David tentò il suicidio dopo aver perso la competizione per tre anni di seguito.

Per 300 anni, il francese Grand Prix de Rome di pittura è stato il più alto onore a cui un artista di qualsiasi parte del mondo potesse aspirare, dato l'effetto sull'attenzione della stampa internazionale e il lancio verso la fama e, spesso, lungo la via delle carriere artistiche finanziariamente redditizie che riusciva a dare.

Carpeaux per anni aveva lottato, tentato e fallito, finché finalmente la sua scultura “Ettore” lo aveva consacrato vincitore.

Il premio gli apriva le porte dell’Accademia di Francia a Villa Medici e cinque anni di studio nella città eterna.

Un sogno.

Carpeaux frequentava musei e gallerie, ma la sua vera ispirazione non la trovava tra i marmi antichi. La trovava nelle strade: negli uomini che chiacchieravano sulle soglie delle case, nei vecchi che ridevano al sole, nelle ragazze di Trastevere che arrivavano da Palombara per “scacchiare” le vigne.

Fu lì che accadde l’inatteso.

Tra quelle giovani contadine ce n’era una che non somigliava a nessuna. Era Barbara Pasquarelli: esile, vivace, con un sorriso capace di far dimenticare il peso della giornata. Jean Baptiste le chiese se volesse posare per lui. Lei, confusa e lusingata, disse di sì.

«Come ti chiami?»

«Barbara.»

«Barbara Pasquarelli.»

«Allora ti chiamerò… Palombella.»

E da quel momento per Carpeaux non esistette che lei.

La scolpì, la ritrasse, la studiò come si osserva qualcosa di unico. Il busto che le dedicò, inviato in Francia come saggio del suo lavoro, fece furore al Salon. A Parigi parlavano già di quel giovane artista e della misteriosa modella romana che gli aveva rapito il cuore.

Un giorno l’avrebbe sposata. Era certo.

Ma la vita, si sa, spesso decide per noi.

Barbara aveva una madre pratica, che “si faceva i conti sulle dita”. E a Palombara c’era chi poteva garantire un matrimonio subito, senza attese: Bernardino Palmieri, un uomo più anziano, ma con gli scudi.

Jean Baptiste, intanto, attraversava un periodo difficile. Era tormentato dalla scultura de Il conte Ugolino, uno dei lavori più complessi della sua carriera. Aveva affittato uno studio lontano da Villa Medici per concentrarsi, e più lavorava, più era insoddisfatto.

Era diviso:

la gloria o la Palombella?

L’arte o l’amore?

E ogni scelta sembrava tradire qualcosa di importante.

Barbara lo sosteneva come poteva, ma non poteva sottrarsi alle decisioni della famiglia. Così accettò il matrimonio. Da quel momento la storia prese una piega amara.

Jean Baptiste cresceva nell’arte.

Barbara sprofondava nella tristezza.

Il marito, geloso e brutale, la maltrattava. La salute peggiorava a vista d’occhio.

A fine dicembre del 1861 arrivò a Carpeaux un messaggio urgente:

Barbara stava morendo.

Lui lasciò tutto e corse a Palombara.

Quando arrivò, la trovò pallida, stremata, ma ancora capace di un ultimo sorriso.

Gli occhi di Barbara si riaccesero per un istante, quel tanto che bastò a sussurrare le ultime parole:

«Hai sacrificato il nostro amore alla statua. Non sono gelosa.

Il bambino è nato da pochi giorni… abbi cura di lui, Gian Battista.»

Poi, si spense.

Il resto della storia è affidato agli amici della Palombella che oggi la custodiscono e la tramandano.

Ed è per questo che questa piazzetta, così piccola e modesta, è in realtà uno dei luoghi più intensi di Palombara: qui si respira ancora il soffio di una grande storia d’amore.