Il Castello
Il Castello rappresenta indiscutibilmente il fulcro attorno al quale si struttura l’intera urbanistica di Palombara. Ogni via, ogni angolo del borgo sembra orientato verso questa imponente presenza, che domina il panorama e conferisce identità al paese.
Per chi proviene da Roma, il Castello si presenta subito alla vista, maestoso e austero, lasciando un’impressione profonda e duratura: la sua sagoma si staglia contro il cielo, richiamando immediatamente lo sguardo e l’attenzione di chiunque si avvicini.
Tuttavia, per la comunità di Palombara, il rapporto con il Castello va ben oltre la semplice ammirazione. Esiste un legame affettivo, quasi familiare, che trasforma questo monumento in una figura cara e rassicurante.
Il Castello è percepito come il più anziano dei parenti, un “nonno” che veglia silenziosamente sulle giornate degli abitanti e, al contempo, guarda lontano, verso il futuro. In lui si riflettono la nostalgia dei tempi trascorsi e la speranza di giorni migliori, incarnando così la memoria storica e le aspirazioni della collettività.
Non è raro che molti desiderino attraversare la soglia di questo antico gigante, mossi dalla curiosità e dal desiderio di immergersi nella sua storia. Anche durante l’organizzazione dell’attuale evento, la tentazione di includere una visita all’interno del Castello è stata forte.
Tuttavia, si è preferito rinunciare a questa possibilità per non alterare lo spirito originario del trekking, pensato come esperienza orizzontale, condivisa e partecipata.
Chiunque voglia approfondire la conoscenza del Castello e scoprire i segreti che custodisce potrà farlo in occasione di eventi specifici dedicati alle sue meraviglie interne. In questo modo, si preserva sia l’autenticità dell’esperienza di gruppo sia la possibilità di vivere il Castello in modo più intimo e approfondito, secondo i tempi e le modalità che ognuno preferisce.
Qualche doveroso cenno storico
La prima menzione del Castello compare nel Regesto Sublacense del 1064 con il nome di castrum Palombariae. Già allora la struttura aveva una forma quadrangolare e inglobava un’antica torre dove nidificavano i colombi.
Intorno all’XI secolo il conte Ottaviano, dei Crescenzi poi Ottaviani, avviò la costruzione del palazzo fortificato, rimasto pressoché invariato per circa due secoli.
Solo nel 1216 il Castello viene indicato come possedimento dei Savelli, la famiglia di papa Onorio III.
La rocca, inizialmente isolata, cioè circondata da uno spazio di rispetto che impediva di costruire troppo vicino alle mura, non subì grandi trasformazioni per mano dei Savelli, salvo la cinta muraria settentrionale, l’innalzamento dell’antica torre e la costruzione del muro del Soccorso.
Il vero volto del Castello, quello che ancora oggi possiamo apprezzare, si deve a Giacomo e Troilo Savelli, che lo trasformarono da fortezza a residenza baronale. Costruirono negli spazi rimasti vuoti, sopraelevarono gli edifici esistenti e ricavarono almeno tre appartamenti autonomi affacciati sulla campagna romana.
L’inizio dei cento anni di tumulti
Nel 1455 Giacomo il Ribelle, figlio prediletto di Giovan Battista, ricevette Palombara come eredità, a discapito del fratello Pandolfo, che ne rimase profondamente risentito.
Alcuni fuoriusciti cacciati da Giacomo, istigati proprio da Pandolfo, riconquistarono la città e uccisero ferocemente i figli di Giacomo. Offrirono poi il Castello alla Chiesa, ma il papa rifiutò e mandò il cardinal Colonna, amico dei Savelli, a riprenderlo. I ribelli furono giustiziati con altrettanta ferocia.
Non è del tutto chiaro se i venti vassalli macchiatisi di gravi misfatti contro Giacomo Savelli vennero squartati e impiccati dai soldati del Papa in questa piazza o se ciò avvenne in Piazza della Croce, a ridosso di Porta San Biagio. Certo è che per giorni i resti dei condannati rimasero esposti come monito, diffondendo nel borgo un odore insopportabile.
Ebbero poi inizio cento anni di disordini, in un contesto segnato da conflitti che coinvolgevano:
- Angioini contro Aragonesi;
- grandi famiglie romane come Orsini, Colonna e Savelli;
- lo Stato Pontificio, spesso teatro degli scontri.
Nel 1458 fu eletto papa Pio II, che si alleò con Ferdinando I d’Aragona. Colonna e Savelli si schierarono con gli Angioini, mentre gli Orsini sostennero il papa e gli Aragonesi. Colonna e Savelli tentarono persino di detronizzare Pio II.
Nel 1460, mentre Pio II si alleava con gli Sforza e Federico d’Urbino mirando ai territori dei Savelli, veniva costruito il convento della Madonna della Neve. Giacomo Savelli rivendicava la lealtà di papa Onorio IV verso gli Angiò e pretendeva che Pio II ne rispettasse i principi.
Ma non volle riconciliarsi, e le terre intorno a Roma furono scosse da scontri continui: Palombara divenne una vera “isola di ribelli”.
Troilo Savelli: il ragazzo terribile
Nel 1574 nacque Troilo, un giovane bello e aitante, padrone della metà di Palombara, educato alle armi… e alle cattive abitudini. A soli sedici anni conduceva una vita dissoluta, circondato da una banda di sgherri pronti a tutto per lui: stupri, violenze, omicidi.
Sua madre Margherita implorò papa Innocenzo IX di arrestarlo affinché recuperasse disciplina. Il papa promise di trattenerlo un po’ a Castel Sant’Angelo, per proteggerlo e lasciarlo andare quando gli animi si fossero calmati.
Tutto ciò in virtù dell’importanza del casato: i Savelli erano marescialli della Sacra Romana Chiesa, custodi del conclave e discendenti di due papi.
Ma, una volta catturato, il papa cambiò tono: voleva dare un segnale forte alla nobiltà romana. E Troilo pagò per tutti. Non valsero le raccomandazioni degli Orsini, di Silvio Savelli, dei Medici: venne condannato alla decapitazione.
Durante gli otto mesi di prigionia, confortato da San Filippo Neri, Troilo si pentì e accettò la sentenza definendola giusta. Seguì la confisca dei beni, tra cui la metà di Palombara.
L’ultimo Regulus
Nel 1598 papa Clemente VIII restituì la metà di Palombara a Giovanni Savelli, ventenne, duca di Palombara e Castel Gandolfo, maresciallo di S.R.E. e custode del conclave.
Fu l’ultimo Regulus della città, ricordato come sovrano benevolo e devoto a San Biagio.
Il ramo di Palombara contava Giovanni, Federico duca d’Ariccia, il cardinale Giulio e Paolo duca di Albano. Titoli illustri, ma insufficienti a mascherare la progressiva rovina economica.
Nel 1637, schiacciati dai debiti, i Savelli vendettero Palombara ai Borghese per 385.000 scudi. Il consiglio del paese prese atto del passaggio e prestò giuramento ai nuovi signori.
E nel 1656 anche l’abbazia di San Giovanni in Argentella, insieme ai territori di Albano, Ariccia e Castel Gandolfo, passò ai Borghese.
Dal carcere ai giorni nostri
Con la caduta dei Savelli il Castello passò ai Borghese; nel 1870 divenne proprietà comunale e fu trasformato in carcere mandamentale.
Nel 1949 venne acquistato dagli Sforza Cesarini, per poi tornare nuovamente al Comune negli anni ’70 grazie all’impegno del sindaco Antonio Montagnani.
Nel 1980 iniziarono importanti lavori di restauro, protratti per oltre un decennio, incentrati soprattutto sulle coperture, la cui precarietà minacciava l’intero complesso.
Ospiti illustri del Castello
Nel corso della sua lunga storia il Castello di Palombara accolse:
- l’imperatore Federico Barbarossa;
- l’antipapa Lando di Sezze, arrestato nella fortezza nel 1180;
- Benvenuto Cellini, ospite dei Savelli nel 1532;
- la venerabile Virginia Savelli Farnese (1602), fondatrice delle Oblate Agostiniane.
Il mistero dei Templari
Palombara fu anche una delle sedi del processo ai Cavalieri Templari. La scelta non fu casuale: i Savelli, alleati dei Colonna, erano probabilmente favorevoli a ospitare un evento di questa portata, in un periodo in cui le tensioni tra Colonna e Orsini erano altissime.
Simboli e incisioni rinvenuti nel tempo, anche a San Giovanni in Argentella, lasciano pensare che la presenza templare non fosse poi così improbabile.
Il processo ai Templari si inserisce in un contesto di aspre lotte tra potere spirituale e temporale, che vide protagonisti Bonifacio VIII, suo acerrimo nemico Filippo il Bello e, dopo la morte del papa, Clemente V, molto più vicino alla corona francese.
Nel 1307 Filippo ordinò l’arresto dei Templari, accusandoli di eresia: una mossa tanto politica quanto finanziaria, poiché i Templari erano i banchieri del papa e detentori di immense ricchezze.
Nel 1311 il Concilio di Vienna dichiarò l’ordine non colpevole, ma ritenne comunque opportuno sospenderlo: la sua funzione, ormai, non serviva più. Le sue immense ricchezze vennero confiscate.
Come nota lo storico Pompili, la rapidità del processo — dieci mesi, dodici sedi, oltre mille chilometri — lascia intuire un disegno politico ben più grande.