L’inespugnabilità del feudo di Palombara, garantita dalle caratteristiche geomorfologiche dei luoghi, benché rappresentasse un vantaggio in termini di difesa dalle incursioni, rendeva complesso il trasporto di materiali e alimenti da e per il paese.
Una via di accesso più agevole, rispetto alla Porta San Biagio, era rappresentata certamente dalla porta adiacente la Chiesa di Sant’Egidio. Infatti, questa parte meno scoscesa del borgo risulta essere anche quella maggiormente fortificata.
Lo testimonia la presenza di due torrini, ormai inglobati tra le mura dei fabbricati adiacenti la chiesa, e, a breve distanza, l’imponente Torrione apprezzabile dalla piazza e descritto compiutamente in una successiva sosta.
La presenza di due porte all’interno del borgo, quella di San Biagio e quella di Sant’Egidio, fino a non molto tempo fa rappresentava per gli abitanti una circostanza utile a riconoscersi nell’una o nell’altra chiesa, evidentemente nell’uno o nell’altro santo.
Un’appartenenza che la storia ci dice non essere un’invenzione moderna: si ha memoria infatti che la suddivisione del borgo in due porzioni ci sia stata consegnata dalla storia in ragione di conflitti intestini tra due rami della famiglia Savelli. Vicende che nostro malgrado legano Palombara a Mantova e all’illustre pittore Andrea Mantegna.
Nel XV secolo la guida del paese era affidata a Giacomo Savelli, detto il Ribelle per il suo temperamento combattivo, in quanto figlio prediletto di Giovan Battista, dal quale eredita il feudo di Palombara, tanto caro a suo fratello Pandolfo.
È evidente che nella famiglia Savelli non ci fosse armonia, tant’è che, istigati da Pandolfo, alcuni uomini, precedentemente allontanati dal paese dallo stesso Giacomo, presero la città uccidendo crudelmente i figli di quest’ultimo.
Gli insorti offrirono il castello alla Chiesa, ma il Papa rifiutò categoricamente l’offerta. Anzi, per contro, incaricò il Cardinale Colonna, amico di Giacomo Savelli, di recuperare il castello.
Il comportamento del Cardinale Colonna fu piuttosto violento: ripreso il controllo della fortezza e riconsegnato il possesso a Giacomo, espose pubblicamente i corpi dei trenta rivoltosi, orribilmente dilaniati, quale monito per quanti avessero avuto simili intenti.
A questi tragici momenti successero circa cento anni di contrasti tra le famiglie che in un modo o nell’altro ruotavano attorno al soglio pontificio, ivi compresi i Savelli, già divisi internamente.
L’inizio di questo periodo di contrasti è da identificarsi con la successione al trono di Napoli della dinastia degli Angiò-Durazzo, rappresentata dalla Regina Giovanna II di Napoli.
La regina, non avendo avuto figli, nominò il principe francese Luigi III d’Angiò-Vallois, già Duca di Calabria, alla sua successione ma, a causa della malaria, quest’ultimo morì prematuramente nel 1434.
Circa tre mesi dopo, con la morte di Giovanna II, il Regno di Sicilia risultava quindi privo d’un legittimo regnante, identificato poi in Renato I di Napoli, fratello di Luigi III d’Angiò-Vallois.
Ferdinando I d’Aragona, re di Napoli, intenzionato a riacquisire il Regno, cerca — e trova — l’appoggio di Papa Pio II, sostenuto peraltro dagli Orsini.
Diversamente, i Colonna e i Savelli si alleano agli Angioini, cercando contestualmente di detronizzare Papa Pio II, il quale, considerato lo schiaffo delle famiglie ribelli, con il sostegno degli Sforza e di Federico d’Urbino minaccia i possedimenti dei rivoltosi.
La famiglia Savelli, rappresentata dall’ennesimo Giacomo, non esce vincitrice da questi scontri; ciononostante, richiamando alla memoria del Papa la lealtà di Onorio IV agli Angiò, esige dal Pontefice il rispetto proprio di quei principi di alleanza.
Giacomo, accertata la fermezza di Pio II, non cede a sua volta alla possibilità di ricucire i rapporti con il Pontefice alle condizioni da questi imposte. Le terre intorno a Roma si trasformano in territorio di scontri e violente scorribande, con Palombara al centro d’una inespugnabile isola di ribelli.
Convinto che non fosse possibile affrontare una guerra lontana contro gli Angioini se prima non si fosse ristabilita la pace interna, il Papa, sostenuto dalle truppe di Federico d’Urbino, costrinse Giacomo Savelli alla resa mediante il famoso assedio di Palombara del 1461.
Il perdono papale di Giacomo, conseguente la sconfitta, consentì alla famiglia Savelli di mantenere i feudi di Palombara ed Aspra. Ciononostante, solo l’opera di Andrea Mantegna è riuscita a sanare il dolore d’ogni palombarese per l’aspra sconfitta subita, consegnando alla storia la fierezza di quegli animi ribelli.
Chiunque passi per Mantova potrà trovare, nella famosa Camera degli Sposi del Palazzo Ducale, queste vicende narrate in una splendida rappresentazione, seppur di fantasia, di una Palombara ritenuta inespugnabile.
L’attuale configurazione della chiesa di Sant’Egidio è dovuta ad importanti ristrutturazioni che si sono protratte tra il 1870 e i primi anni del 1900, ma sembrerebbe che il primo impianto sia riferibile ad Onorio IV, al secolo Papa Giacomo Savelli, tra il 1285 e il 1287.
Le dimensioni erano molto più piccole e la facciata, quindi l’ingresso principale, era rivolta verso l’interno del borgo, in luogo dell’accesso secondario tutt’oggi esistente in Via Piave.
Non restano segni evidenti dell’originaria facciata, forse in parte interrata dal momento che l’accesso da Via Piave alla chiesa prevede la discesa di alcuni gradini.
Lo spostamento della facciata del 1870, in linea di massima negli stessi anni in cui è avvenuta quella della facciata di San Biagio, ribadisce una volta ancora la volontà dell’amministrazione di aprire l’antico borgo all’esterno.
Tale trasformazione, benché abbia attribuito alla chiesa maggiore solennità e monumentalità, pose un evidente problema di quote: tra il livello della chiesa e il livello dell’attuale Piazza Vittorio Veneto. Un dislivello colmato definitivamente nei primi anni del 1900 con la nota scalinata disegnata dall’Arch. Benedetti.
La rinuncia alla funzione delle strutture di fortificazione, avvenuta su tutto il territorio italiano a partire dall’Unità d’Italia, è indicativa certamente di una pace diffusa ma è significativa del maggiore controllo che il nascente Stato dovette porre in essere al fine di evitare rivolte popolari e asserragliamenti all’interno dei borghi.
A conclusione di questa tappa, due ulteriori dati sono determinanti alla costruzione di una memoria collettiva: il primo è relativo a Giovan Battista Tosi, il Capitano Palombara vincitore del Torneo del Belvedere in Vaticano, le cui gesta sono state apprezzate in una delle precedenti tappe.
Ebbene, a ridosso dell’attuale sede del Comune di Palombara Sabina era situata l’abitazione della figlia.
Il secondo dato riguarda il pittore bolognese Enea Monti, il quale, trasferitosi a Palombara, prese dimora proprio in zona Sant’Egidio.
L’artista, attivo alla fine dell’800, oltre ad averci lasciato un magnifico acquarello che descrive in maniera puntuale questo scorcio del paese, fu determinante nel recupero di San Giovanni in Argentella, avendo portato all’attenzione degli organi di tutela dei Beni Culturali Italiani l’eremo oggi patrimonio nazionale.