Dettaglio
U cazzarinu - Palombara

Con la costruzione della fortificazione medioevale, a tratti costituita da mura difensive dotate di torrette di avvistamento, a volte coincidente con una o più pareti dei fabbricati periferici, viene a definirsi il perimetro del Paese che resterà immutato per secoli.

È evidente che la nostra percezione del nucleo storico non corrisponde alla condizione del tessuto urbano all’indomani dell’incastellamento. Possiamo dire che il borgo assume più o meno la composizione attuale a partire dal XVI secolo.

Inizialmente, escludendo il castello e la sua evoluzione, il tessuto urbano era caratterizzato da piccoli fabbricati di legno, più simili a capanne che a case, cosicché anche i pochi edifici in muratura avrebbero avuto le caratteristiche e la fisionomia della casa rurale.

Non è un tessuto densamente costruito, ma fabbricati separati da orti e piccoli recinti per animali, connessi l’uno all’altro da stradelli in terra battuta.

Di questi fabbricati resta una chiara memoria, nonostante modifiche e rimaneggiamenti abbiano talvolta mutato l’aspetto nel corso dei secoli. Ciononostante, è possibile individuarne alcuni ancora presenti.

In particolare, in questa piazza, Piazza del Calzarino — U Crazzarinu — è possibile osservarne due esempi attualmente vincolati dalle Belle Arti. Possiamo osservare un corpo quadrangolare su due livelli, il secondo accessibile da una scala esterna, chiamata in dialetto “sonarellu”.

Ma sarebbe più proprio dire “solarellu”, nel senso che si usava per prendere il sole, essendo le case prive di balconi. Il piano terreno per lo più era utilizzato per l’immagazzinamento di merci e il ricovero degli animali. Il piano superiore era destinato, invece, all’uso abitativo vero e proprio.

La copertura a padiglione o a tetto spiovente conclude la costruzione con un grande comignolo, testimonianza dell’unica fonte di calore presente nelle case fino al secolo scorso.

È pacifico affermare che se nell’800 il Paese si apre a una nuova socialità con l’Unità d’Italia, nel ’900 l’acqua, il gas e le nuove tecnologie ampliano radicalmente la dimensione domestica.

Possiamo senza dubbio definire Palombara come un Paese rurale, laddove il termine stesso definisce un po’ di cultura in cui influiscono potentemente due fattori: il contatto quotidiano con la natura — la terra, il bosco, i pascoli, gli animali — e la dimestichezza con i fenomeni naturali e i cicli produttivi della terra e degli animali, acquisita nel corso di innumerevoli generazioni.

Quella rurale è una cultura connotata da una propria visione del sacro che, dalla frequentazione della natura e dalla quotidiana esperienza di lavoro sui campi, nei boschi e nei pascoli, ha derivato la percezione del periodico e incessante rinnovamento che la caratterizza. Questa percezione permea di sé tutta la religiosità agricola e pastorale, esprimendosi in forme liturgiche che scandiscono e celebrano il succedersi delle attività e l’avvicendarsi delle stagioni.

Allo stesso tempo, la sofferta esperienza della sostanziale dipendenza dalla natura per quanto riguarda la produzione di alimenti e, dunque, la garanzia di sopravvivenza, ha trasformato la pietas — la fede nel potere della preghiera, dei riti e dei sacramenti, nella misericordia divina e nell’intercessione dei santi — in una necessità primaria e in uno strumento insostituibile.

Questo permette al contadino-pastore la consapevolezza di esercitare un controllo, altrimenti impossibile, sul regolare succedersi dei cicli stagionali e produttivi. Si tratta di una condizione insita nel tessuto sociale del Paese fino al secondo dopoguerra. Molti di noi hanno nell’orecchio ancora l’eco dei detti dei nonni.

Lungo la strada, inoltre, potremo osservare il riferimento scritto della data della festa del Corpus Domini: 10 giugno 1909.