Dettaglio Campanile
U vicolo e lle baciadonne - Palombara

Liliana Tassi

U viculu e lle Baciadonne

Più che 'na via pare 'na fessura,
minu de 'n metro è larga, so' secura,
sta 'n mezzu a do' palazzi 'ccantosciati,
coscì vecini… che paru 'ttaccati!

Se circhi… "Vicolo de a Tamburella",
capace te respunnu: "Quest'è bbella!
Addo' starrà?" So pochi a sapì u nome,
perché ghiemo ppettatu u soprannome!

Unu pe' vota se cce po' passà,
in doa, chidunu s'ha da retornà,
però s'è 'n giovenottu che ce passa
e 'na giovenottella te' de faccia,

magara 'nvidu l'ora de 'ncrociasse,
po' esse a vota bbona… pe' baciasse!
E quanti giuvini se cce so' baciati,
c'a scusa de passacce… risicati!

E dagghi e dagghi reccontanu e nonne,
pe' tutti è "u viculu e lle baciadonne"!
ma pe' i monelli e 'llu vecinatu,
è statu 'n postu daviro fatatu!

C'emo giocatu n'se sa quante vote,
co' e scarpi, scauzi oppure co' e cioce,
a 'rracampicacce tra 'lli muri stritti…
che batticore pe' ffa' do' passitti!

Ari monelli più ciuchi, de sotto,
se redunavanu 'n quattr'e quattr'otto,
tutti smaniusi de 'rrammpicasse,
già cominciavano a organizzasse.

I pedi nni sassi ppontellevemmo,
e doppu co' e mani ce ghiutevemmo,
'na bella spenta e invemmo più nzù,
chidunu penzava: " E chi salle più!"

ma chi era partitu 'n se retornava,
e magara 'mpauritu… siguitava,
se nno u sfottevano 'n continuazziò,
dicennogghi: "Bravu! Si' 'n bellu fifò!"

eppò 'sta sfida a nu ce piaciva,
com'era contentu chi ce riusciva!
Pariva 'e scalà 'chi sa che montagna
O de 'rrivà sopre au palu 'e a cuccagna.

Sempre più nzù a cianghi 'llargate,
quante desgrazie pe' 'n pilu evitate!
Fortuna che 'n cima 'n ce 'rrivevemmo,
un pede 'n fallu e… ce sconocchievemmo!

Semo cresciuti, emo smissu 'e giocacce,
ma siguitemo 'gni tantu a pensacce,
pure se ormai semo nonni o nonne,
… au "Vicolittu e lle baciadonne!"

  1. La presenza di chiari segni di incendio è un pretesto per raccontare ciò che accadde nel 1461, 1494 e nel 1556: cento lunghi anni di battaglie, iniziate nel 1460, videro la famiglia Savelli, al soldo del Papa, impegnata nelle dispute con l’Imperatore a difesa dei feudi italiani, ma anche nelle varie città a sedare lotte interne tra famiglie in cerca di potere e, di conseguenza, lasciando vuoti di potere nella stessa Palombara.

    Gian Battista Savelli fu un condottiero al soldo del Papa e, così come i Tosi, era esperto nelle nuove strategie militari, specialmente in un quadro dove armi come balestre e le prime armi da fuoco stravolgevano le tecniche di combattimento.

    Nel 1461 Giacomo il Ribelle si oppose al Papa e Palombara venne presa d’assedio da Federico da Montefeltro, duca di Urbino, a capo delle forze papali. Mantegna rappresenta Palombara con una torre in rovina e scale d’assedio sulle mura nella Camera degli Sposi a Mantova.

    Saranno i famosi balestrieri di Palombara che, sotto Tosi, nel 1461 difenderanno la città e, pur di non dare vantaggi al duca di Urbino Federico da Montefeltro, dopo un assedio di circa due mesi incendieranno case e castello.

    Nel 1494, difesa da Troilo contro Trojano Bartolomeo Orsini e i suoi balestrieri, la città venne incendiata per respingere l’attacco degli Orsini, tanto che i suoi cittadini dovettero rifugiarsi nella vecchia Castiglione. Dopo la ricostruzione venne aggiornato lo statuto, composto da quattro libri e 151 articoli, redatto da Giacomo Tisi “Tosi”, secondo la citazione di Luttazi.

    Nel 1500 tutta l’Italia attraversa un clima di forte tensione; basti ricordare la Riforma e la Controriforma, la posizione da “saltimbanco” di Clemente VII tra Francia e Impero, Guelfi e Ghibellini, che porterà al Sacco di Roma del 1527, e Benvenuto Cellini che, dopo la sua eroica difesa di Castel Sant’Angelo, vi verrà rinchiuso per furto di gemme del Papa e di lì riuscirà poi a fuggire per rifugiarsi a Palombara.

    È in questo momento di scoramento che i palombaresi, pochi anni dopo, nonostante l’assenza dei Savelli impegnati altrove, difesero il paese fino alla morte, dando prova di essere una comunità di uomini.

    Durante la cosiddetta guerra del Sale tra il Regno di Napoli, appoggiato dall’imperatore Carlo V, e il papa Paolo IV Carafa, Palombara, strategicamente importante per il controllo delle vie di comunicazione, rifiutandosi di dare ricovero alle truppe spagnole di passaggio comandate dal duca d’Alba, Gonzalo Fernández de Córdoba, nel 1556 fu costretta a una resistenza eroica, per cui fu razziata e incendiata dal duca d’Alba.

  2. I segni di incendio sono piuttosto ricorrenti lungo tutto il percorso nel nucleo storico, ma, nonostante l’evidente fascino derivante dai fatti storici appena descritti, in molti di essi assistiamo a una tecnica antichissima: la carbonizzazione del legno.

    Si tratta di una bruciatura o fiammatura superficiale delle strutture in legno, con il duplice scopo di proteggere il legno, preferibilmente resinoso, dagli agenti atmosferici e difenderlo dagli attacchi di insetti che potrebbero insediarsi nel materiale. Tutto ciò avviene attraverso lo strato di carbonio che si forma superficialmente a seguito del trattamento, tecnica giapponese Shou Sugi Ban, ripresa anche dallo Studio Architettura Zwarthout, olandese.

    Dal 1500, così come è accaduto per la famiglia Tosi, vengono ad affermarsi famiglie il cui cognome si legherà indissolubilmente alla storia di Palombara Sabina: Bennicelli, Belli, Petrelli, poi Delmirani Petrelli, Marchionni, Ferretti, Catenacci, Ferrari.

    All’affermazione delle famiglie corrisponde evidentemente la costruzione dei palazzi, ma fin dal Medioevo una chiara indicazione del livello sociale di una famiglia era rappresentata dalla qualità delle finiture esterne delle abitazioni. Poco più tardi, nel 1600, queste saranno colpite da una tassa, così che oggi ne vediamo molte murate.