Dettaglio San Biagio
San Biagio - Palombara

Per poter capire la storia di Palombara dobbiamo andare indietro nel tempo, per lo meno fino al declino e caduta dell’Impero Romano, se non prima. Roma, ormai pressoché spopolata (578 d.C.), era divenuta oggetto dei desideri di conquista di ogni duca: l’Italia era divisa in 36 ducati, parte del regno ostrogoto che, con la morte di Teodorico, passò sotto il controllo dei Bizantini.

Già da Giustiniano (527-565), i Longobardi — dalle lunghe barbe — originari scandinavi ma poi stabilitisi in Europa centrale, erano usati come milizie ausiliarie nelle lotte contro gli Ostrogoti; in seguito, li troviamo al servizio dei generali bizantini Belisario e Narsete. A loro sicuramente non era passata inosservata la fertilità di queste terre, ormai indifese, e quindi discesero in Italia in una massiva migrazione; non trovando resistenze, si stabilirono prima nel nord Italia per poi proseguire verso tutto il sud.

Gli abitanti di Roma, intanto, si erano rifugiati nelle campagne circostanti e soprattutto sulle alture, dove avrebbero potuto difendersi e avere un buon controllo dell’area circostante; basta guardare il panorama per notare come quasi tutti i punti elevati siano ancora oggi segnati da fortificazioni e torri di avvistamento.

Queste zone erano già antiche tratte viarie, in particolare dove il degradare del colle, interrotto dall’innalzarsi del Monte Gennaro, favoriva l’incedere su basolati: una direttrice nord-sud, oggi la Maremmana Superiore, ben confermata dai resti affioranti di ville romane che ne seguono il percorso e di serbatoi per la raccolta dell’acqua sparsi qua e là sul territorio.

Tra quelle romane si distinse una famiglia evidentemente radicata in questi territori, della quale sporadici richiami riemergono talvolta dal passato sotto forma di stele commemorative o lapidi funerarie: la famiglia Jannaria o Jannuaria. Un cognome al quale alcuni attribuirebbero l’origine del nome Monte Gennaro, altrimenti attribuito a Janus, antica divinità locale.

Ora, dalla piazza di San Biagio si possono intravedere i ruderi di Castiglione, le cui origini sono piuttosto oscure. Il castello si basa su un’antica cisterna romana, su cui poi nascerà una torre di avvistamento; intorno ad essa troviamo un complesso, diciamo nobiliare, fortificato da mura e, intorno a queste, un altro perimetro murario con torrette difensive e, al loro interno, un piccolo villaggio di un centinaio di persone e animali, con case, stalle e una chiesa.

Si ipotizza che potrebbe essere stato un arroccamento di arabi che, al tempo, razziavano continuamente le coste laziali. Dopo essere stati sconfitti dalle forze papali nel 846, che, avendo incendiato le loro navi, avrebbero precluso loro la possibilità di ritirarsi, si sarebbero stabiliti nell’entroterra in maniera più permanente: vedi la storia di Saracinesco, a Tivoli.

Non è confermato se Castiglione nasca o diventi una “fara” longobarda: il nome nordico “fara”, come “borgo”, denota un villaggio fortificato; i nomi con desinenza in “…ara” sono di solito di origine longobarda. I Palombi, tra i primi signori di Palombara, suggeriscono un’interpretazione come la “fara” dei Palombi: Palombi-fara, Palombara.

Mentre in un primo tempo i Longobardi, di credo ariano — che non riconosce la natura divina in Cristo — si scontreranno pesantemente con le popolazioni romano-cattoliche, in un secondo tempo, con l’appoggio dei Franchi, del Papa e con la creazione del Sacro Romano Impero sotto Carlo Magno, si convertirono al cristianesimo romano, amalgamandosi con le popolazioni locali.

Ed è intorno all’800 che cominciamo ad avere notizie dei Crescenzi-Ottaviani, già signori di Castiglione, e saranno loro ad iniziare il passaggio da Castiglione a Palombara. Questo sarà anche l’inizio del lungo e continuo tira e molla tra l’Imperatore del Sacro Romano Impero e il Papa.

Ora dobbiamo fare di nuovo un passo indietro, perché non bisogna dimenticare che la storia di Palombara Sabina è anche intimamente legata alla vicina abbazia di San Giovanni in Argentella, caratterizzata dal suo raro stile longobardo, così denominata per la presenza di una sorgente di acqua curativa ancora oggi attiva, luminosa come l’argento — ma per carità non la bevete!

Già da allora era parte di una villa romana e un centro spirituale con tempietto ad essa dedicato; tutta la zona, come abbiamo già accennato, era segnata da ville romane: ancora oggi intorno a Palombara se ne contano almeno sette. I primi ad insediarvisi sembra siano stati i monaci basiliani, bizantini, seguiti poi dai Benedettini, San Benedetto da Norcia, 480 d.C., ed è grazie a questi ultimi che si deve la costruzione di San Giovanni in Argentella come la vediamo oggi.

Non godendo di una buona posizione di avvistamento, sarebbero stati proprio i monaci dell’Argentella i promotori della creazione di un piccolo eremo che poi diventerà il punto focale per lo sviluppo del castello di Palombara. Così non è da escludere che, a poco a poco, i villani di Castiglione si stabiliscano sul colle dell’attuale Palombara intorno al piccolo eremo, dove avrebbero potuto trovare una certa protezione materiale e spirituale.

L’iniziale costruzione del castello da parte di Ottaviano I sarà seguita da vari sviluppi: il graduale ma incessante abbandono di Castiglione per una molto più comoda e sicura situazione intorno al castello di Palombara, che, attirando un maggior numero di abitanti, si circonderà in seguito di una seconda cinta di mura e, all’interno di questa, San Biagio.

Castiglione continuerà ad essere usato dai palombaresi fino al 1400, quando sarà completamente abbandonato in uno stato di completa dilapidazione.

Sarebbe opportuno, dopo aver menzionato più volte il nome Palombara, indagare sulla sua origine: c’è chi dice che derivi dal latino columbarium, fornetti cimiteriali in cui riporre le ceneri dei defunti, a forma di rifugi detti colombai, per le colombe o palombe, allora una comune risorsa alimentare per l’inverno.

Altrimenti derivante dalla “fara” longobarda, perché questi erano d’uso piantare un legno con incisa una colomba sulle tombe dei loro cimiteri. Abbiamo anche notizia di una famiglia Palombi, signori di Castiglione: di qui a concludere “Palombi-fara”, quindi “Palombara”.

Ma ora lasciamo Castiglione alle spalle e concentriamoci sulla chiesa di San Biagio e, con essa, su uno degli ingressi principali di Palombara.

In questo panorama appena descritto, sul colle dove poi sorgerà il castello di Palombara, su iniziativa dei monaci della potente e preesistente abbazia di San Giovanni in Argentella, fu fondato un piccolo insediamento monastico dedicato a San Biagio. Questa cella, un eremo, sorgeva in una natura primitiva, non ancora ammansita dall’opera dell’uomo, circondata da una fitta boscaglia di querce, salti di quota e speroni di roccia affioranti dal terreno: luoghi impervi e solitari, ideali per la preghiera, la contemplazione e il lavoro. Non a caso il motto dei Benedettini era “ora et labora”.

Un insediamento formato da almeno sei monaci, come imposto dal Concilio di Aquisgrana dell’817, i quali conducevano una vita frugale all’interno di un altrettanto modesto monastero, dotato di una chiesetta rurale, cella, e dove le strutture essenziali erano rappresentate da una stalla, un magazzino, un pozzo, una cucina e, ovviamente, le celle per gli stessi monaci.

Un impianto costruito con grande attenzione e cura, anche in considerazione del voto di stabilità cui i monaci erano chiamati ad obbedire, imponendo loro di risiedere fino alla morte nel monastero di appartenenza.

Un’ipotesi sulla ricostruzione della cella primitiva, che, se confermata da opportuni studi, avvalorerebbe molto l’affascinante studio fatto dall’arciprete Raffaele Luttazi agli inizi del 1900 circa le caratteristiche dell’insediamento originario:

“A metà della falda (del colle - ndr) era la cella, col piccolo monastero di disegno elegante, come San Giovanni (in Argentella - ndr), di una sola navata e ricca di marmi; a sud-est era il piccolo monastero attaccato, come un nido, da una parte alla chiesa, dall’altra alla roccia viva: qui anche era un pozzo di acqua eccellente. [...]. Dal lato di oriente esisteva un piccolo cimitero esterno, aderente al muro della chiesa, largo circa 8 metri secondo le misure da me prese.”


A subire il fascino di questo perduto insediamento benedettino sono stati in molti, interessati a individuarne dimensioni e caratteristiche, ma solo l’impegno di monsignor Guido Trombetta, negli ultimi anni del secolo scorso, ha consentito di riportare alla luce una piccolissima porzione, impropriamente chiamata “cripta”.

È facile comprendere come, data l’esiguità di dati oggettivi, una ricostruzione dell’originario insediamento sia possibile soltanto attraverso il ricorso alle scarse testimonianze di chi, a vario titolo, ha assistito a scavi, ripristini e interventi che nel corso dei secoli hanno interessato la chiesa del santo patrono, oppure per analogia attribuendo a questo insediamento monastico le caratteristiche di altri coevi.

È pur vero che evidenti indizi possono essere desunti dagli stravolgimenti che hanno interessato l’area nei secoli, a partire proprio dalla posizione della “cripta”, originariamente fuori terra, la quale, indicando l’originaria quota di imposta dell’antico insediamento monastico — oltre 2 metri al di sotto dell’attuale pavimento della chiesa di San Biagio — lascerebbe spazio a tutta una serie di considerazioni.

È evidente che nel 1101 d.C. precise condizioni morfologiche e geologiche determinarono la necessità di innalzare la quota di imposta dell’intero complesso, onde consentire all’allora arciprete don Giovanni la realizzazione di una chiesa molto più grande della precedente, con la facciata e il campanile rivolti verso il paese medievale, lato opposto dell’attuale facciata.

Si aggiunga che, in corrispondenza dell’area di sedime dell’antica cella, fu realizzata la porzione presbiteriale della nuova chiesa e che le mura perimetrali preesistenti definirono la larghezza del corpo di fabbrica del nuovo impianto. Ciò considerato, è lecito ritenere la presenza di un banco di roccia affiorante quale plausibile causa dell’innalzamento del piano di posa dell’intera fabbrica.

Se da una parte, dunque, lo sviluppo planimetrico della nuova chiesa determinò il seppellimento dell’antico impianto, al contempo l’arciprete Giovanni poté utilizzare la roccia viva quale piano di posa della facciata e soprattutto del campanile.

Immagine extra Tappa 01