Dettaglio
Via Giacomo Matteotti - Palombara

Lungo questo percorso si è un po’ giocato con la Storia, creando volutamente qualche apparente confusione per stimolarvi ad approfondire, una volta concluso il trekking, quanto accaduto nel nostro Paese.

Siamo passati dagli Ottaviani al Capitano Palombara, siamo tornati indietro all’incendio di Palombara, con l’eroica resistenza dei palombaresi che avevano ormai acquisito una propria identità, a prescindere dal regulus che li governava; e ancora indietro, al periodo del possesso degli Orsini prima e dei Borgia poi. E nel corso del cammino si continuerà a fare altri salti nel tempo.

Al di là dei “rimbalzi” storici, è ormai chiaro come la gloria e lo sviluppo del Paese in epoca medievale, e anche oltre, considerando che l’appartenenza allo Stato Pontificio ritarderà di fatto il pieno passaggio all’età moderna, siano strettamente connessi all’ascesa e al declino della potente famiglia Savelli.

I Savelli vantano numerosi cardinali e un ruolo di primissimo piano nella storia della Chiesa: dall’elezione di Papa Gregorio X a Viterbo nel 1271 fino al 1712, anno della loro estinzione, furono Marescialli di Santa Romana Chiesa e custodi del Conclave. La carica passò poi ai Chigi, che ancora oggi ne detengono l’onore.

La famiglia diede inoltre alla Chiesa due pontefici: Onorio III e Onorio IV. Figure la cui memoria, in più occasioni, fu decisiva per la salvaguardia del casato. Onorio III approvò nel 1223 la Regola di San Francesco; Onorio IV promosse invece l’edificazione della Chiesa di Sant’Egidio, alla quale ci dedicheremo più avanti.

L’incendio del 1556 rappresentò un momento cruciale: segnò la maturità del popolo palombarese e il consolidarsi di una coscienza civica che favorì il progressivo passaggio dal potere signorile a una gestione sempre più regolata da organismi amministrativi e dalle famiglie influenti del luogo, che negli anni avrebbero avuto un ruolo determinante nei destini del Paese.

Nel 1637 i Savelli, un tempo grandi guerrieri, non erano ormai che nomi illustri gravati da pesanti difficoltà economiche. Pur continuando a distinguersi in battaglie lontane dalla loro terra, furono costretti a cedere Palombara ai Borghese per 385.000 scudi, al fine di soddisfare i creditori.

Il Consiglio di Palombara — composto, tra gli altri, da Pompilio Testa, Silvestro Montagnani, Giovan Battista Fornaciari e Mantello Egidi — prese atto del passaggio e accolse il giuramento dei Borghese, approvandone lo statuto. Nel 1656 anche l’abbazia di San Giovanni in Argentella, insieme ai possedimenti di Albano, Ariccia e Castel Gandolfo, fu ceduta loro.

L’assetto della comunità, ormai strutturata e consapevole della propria identità, non mutò radicalmente. Molte famiglie allora attestatesi sono presenti ancora oggi: tra queste i Quaglini, i Mancini, i Catenacci, i Rainaldi e i potenti Ferrari, che scompariranno nel Novecento.

Questa via — oggi via Giacomo Matteotti, un tempo via della Valle — con i suoi saliscendi, è stata a tutti gli effetti la strada principale della Palombara medievale e oltre. Rappresentava il “corso” del Paese, l’antico corso Vittorio Emanuele.

Era luogo di socializzazione, di commercio e botteghe, di educazione — vista la presenza della scuola nel palazzo posto all’ingresso, guardando verso Porta Nuova, nell’Ottocento — e sede del forno popolare.

Siamo ancora in un’epoca in cui le case erano, in sostanza, ricovero notturno per uomini e bestiame, e ne vedremo esempi fortunatamente ancora visibili. Diventeranno qualcosa di diverso, trasformando radicalmente abitudini e stili di vita, quando l’acqua e, ancor più, il gas arriveranno direttamente nelle abitazioni. Ma nel punto della trama in cui ci troviamo al momento, siamo ancora lontani.

Il forno popolare, che era posto proprio nei pressi della porta principale, rappresentava uno dei luoghi in cui le donne potevano incontrarsi e conversare lontano da orecchie indiscrete. Qui si ritrovavano, con cadenza settimanale o quindicinale a seconda delle esigenze familiari, per cuocere il pane.

Per utilizzare il forno in modo razionale ed economico, alcune famiglie si accordavano e ciascuna forniva parte delle fascine necessarie alla cottura. Il pane, lasciato lievitare tutta la notte, veniva cotto prima dell’alba; così, quando era il momento di infornare, le donne si alzavano verso le tre del mattino.

Il trasporto dell’impasto, coperto da un telo, avveniva su lunghe tavole tenute in equilibrio sulla testa: un’operazione che richiedeva abilità ed esperienza.

Prima di lasciare riposare la pasta, la donna tracciava con la mano un segno di croce sulla massa. I filoni venivano poi disposti su una tavola coperta da un panno di lino o di canapa e protetti con un altro telo durante la delicata fase della lievitazione. La tavola veniva quindi riposta nella madia.

La cottura nel forno era un momento cruciale, da cui dipendeva la riuscita dell’intero ciclo di lavorazione. Per questo, oltre ad applicare tecniche consolidate, le massaie adottavano anche piccoli gesti rituali per allontanare il pericolo della “fascinazione”: l’invidia e il malocchio.

L’evoluzione storica trasformò progressivamente questa via: da spazio prevalentemente rurale divenne luogo delle dimore delle famiglie più importanti e abbienti, come i Benicelli e i Belli. Stando attenti, in uno dei portoni è ancora visibile l’incisione della data di edificazione.

Percorrendola con attenzione, potrete osservare come essa rappresenti l’asse orizzontale che collega le due principali porte della Palombara medievale: Porta San Biagio, sulla quale ci siamo già soffermati, e Porta Sant’Egidio, che si troverà lungo il percorso.

La strada sottostante, dove le famiglie più potenti possedevano i loro orti, è oggi via Garibaldi. Se si avrà la pazienza di continuare il cammino, si potrà osservare, scendendo, come da lì Palombara assunse la sua caratteristica forma tondeggiante.